RIFONDAZIONE DELLA LEGGE

RIFONDAZIONE DELLA LEGGE MORALE NATURALE SULLA NATURA UMANA (1)

Nei nostri giorni le continue discussioni pro e contro il diritto naturale nonché la legge morale naturale rivelano un difetto cioè di non andare più al bene oggettivo, fermandosi ai valori soggettivi. Non vanno neppure al fondamento antropologico, alla natura umana, nonostante che l’aggettivo “naturale” rinvia ad essa. La causa di tale difetto è che le manca, insieme all’antropologia, anche la base ontologica ossia metafisica. Infatti oggi predominano indirizzi filosofici che riducono il reale a fenomeni, sia a quelli esterni cui si dedica l’empirismo (insieme all’utilitarismo), sia a quelli interni nella coscienza di cui tratta la fenomenologia (insieme al personalismo); non si riconosce più la sostanza e l’essenza delle cose e dell’uomo. In fondo si effettua un soggettivismo moderno che lascia dipendere ogni realtà, anche quella morale, unilateralmente da condizioni o funzioni soggettive. In seguito cerco di chiarire alcuni concetti principali circa la legge morale naturale e la natura umana, per rifondare la prima sulla seconda, ricuperando i significati originali che i concetti avevano nella tradizione aristotelico-tomista. Infatti oggi sembra non più possibile parlare del bene morale nel senso oggettivo, neanche della “natura” delle cose e dell’uomo, la quale significa ontologicamente la loro essenza. 1) Sulla legge morale naturale La dottrina della legge morale naturale, la quale si è sviluppata nella Stoa e entrata nella patristica nonché nella scolastica anche tomista, è originata dalla concezione del diritto naturale, difeso da Platone e da Aristotele contro una morale egoistica e naturalistica dei Sofisti. Questi ultimi dichiarano tutti i diritti civili come meramente positivi e riconoscono come unico diritto “per natura” quello del fisicamente più forte, intendendo con “natura” soltanto quella fisica istintiva. Platone e Aristotele, invece, mostrano che alla natura umana appartiene non solo quella fisica, ma anche, anzi di più, quella razionale, sulla quale si basano i diritti positivi, cosicché − per quanto sono giusti − rivelano in fondo un diritto naturale, che riguarda il bene comune di tutti i cittadini. SEIDL 2 Mentre il diritto naturale copre il campo politico sociale, la legge morale naturale si estende sulla intera vita umana e concerne il bene non solo politico ma il “bene umano” semplicemente, come anche concerne le virtù umane in generale, non solo quelle politiche.1 a) Concentriamoci prima al concetto del bene (agathón, bonum) che viene, nelle discussioni oggi, sostituito dal concetto di valore, come se quello del bene non rispetterebbe gli interessi soggettivi. Tuttavia, già nell’antichità si ha riconosciuti i due lati del bene morale, quello soggettivo e quello oggettivo, distinguendo tra “il bene come appare ad ognuno” e “il bene per sé” o “per natura”. Con questa distinzione importante si era in grado di formulare chiaramente il compito morale di ogni uomo. Infatti, anche se ognuno può decidersi nella prassi soltanto secondo ciò che gli pare buono e giusto, nondimeno deve cercare che questo diventi congruo con ciò che è bene di per sé. Tale correttivo manca in etiche moderne che riducono il bene a valori soggettivi e finiscono in un relativismo. Del resto troviamo anche il concetto di valore (axía, valor) nell’antichità, ma nel suo campo originario del mercato, dove le cose secondo il loro uso vengono stimate nel loro valore, che può cambiare, secondo i bisogni o gli interessi, da una generazione all’altra. Nei tempi moderni il concetto di valore è entrato nel campo morale nel corso del soggettivismo neo-kantiano, come si vede in H. Rickert.2 Il sociologo M. Weber, convinto dell’oggettività delle scienze, le difende come “prive di valore”.3 Assistiamo oggi ai grandi rischi di scienze naturali che fanno esperimenti nella genetica umana senza rispetto alla liceità morale. Riguardo al concetto del bene possiamo osservare che, nell’ etica tradizionale, si ha sempre distinto tra il bene come qualità dell’azione e tra il bene come origine causale per cui una azione diventa buona. Perciò il compito etico era, in primo luogo, di trovare e di definire il bene nel senso causale, cioè come oggetto della volontà e come fine ultimo della prassi e della vita umane. Al contrario nei tempi moderni: I. Kant, in modo esemplare, ha ridotto il bene (come anche il male) alla qualità delle azioni. Infatti, egli rifiuta il bene come predisposto oggetto della volontà.4 Tale rifiuto risulta dalla sua Critica della ragion pura, secondo cui per l’uomo può essere dato un oggetto soltanto nella intuizione sensitiva, perché 1 A questo tema si dedicano i miei studi: Plato’s Doctrine Concerning the Natural Right of Man in Confrontation with the Sophists, in: Antropotes 4 (1988), 202-209. − Brevi osservazioni sul fondamento antropologico del diritto naturale, in: Iustitia 52 (1999), 125-134. − Contributo alla discussione germanofona sul diritto naturale, secondo una prospettiva filosofico-antropoplogica, in: Aquinas 42 (1999), 7-18. − Il diritto naturale come principio di legalità del diritto positivo, in: La legge morale, ed. Renzo Gerardi, Roma 2008 (Lateran Univ. Press), pp. 191-205. 2 Heinrich Rickert, Lebenswerte und Kulturwerte, 1912; Vom System der Werte, in: Kantstudien 19, 1914. 3 Max Weber, Die Objektivität sozialwissenschaftlicher und sozialpolitischer Erkenntnis, in: Archiv für Sozialwissenschaften 19, 1904. 4 Immanuel Kant, Critica della ragione pratica, del 1787. SEIDL 3 (come afferma Kant contro un intuizionismo platonico delle essenze) all’uomo manca l’intuizione intellettuale. Perciò anche l’intelletto umano non è dato a se stesso realmente, ma soltanto idealmente, pensandosi come soggetto intelligibile. Tuttavia ciò non è vero. Infatti l’intelletto è consapevole di se stesso nella realistica autocoscienza, che è intellettiva, non sensitiva. Con la sua affermazione Kant vede l’errore principale di tutta l’etica tradizionale nell’orientarsi al bene come oggettiva norma morale della prassi.5 Kant invece stabilisce come unica norma morale quella soggettiva formale nel “categorico imperativo”.6 E in mancanza di un riferimento al bene oggettivo, diventa formalistica. Sulla base della filosofia empiristica e analitica, G.E. Moore nega di nuovo il bene come oggetto della volontà e lo riduce a una qualità del nostro giudizio su azioni e comportamenti umani.7 b) Nell’etica tradizionale aristotelico-tomista il bene morale è oggettivo sì, ma non alieno al soggetto; piuttosto viene definito come qualità dell’anima, anzi come la migliore attualità dell’anima, la quale si dispiega nelle virtù. 8 La virtù viene definita come “decisivo atteggiamento dell’anima, che tiene il mezzo tra estremi affetti, come lo determina la ragione”. Il moderno empirismo discredita le virtù tradizionali come meri “ideali” e difende compromessi nella “dura realtà” della prassi. Tuttavia a torto, perché riduce la realtà a quella esterna delle osservabili azioni e degli empirici comportamenti sociali. Ma in verità l’interno dell’anima non è una sfera ideale, bensì reale, presupposto certamente l’analogia del reale, come dell’ente. Effettivamente le virtù, con gli atti interni della ragione e della volontà, sono le cause reali delle azioni. Un grande ostacolo di riconoscere realisticamente le deliberazioni morali avanti a ogni azione, consiste nel frainteso che queste sarebbero teoriche e non arriverebbero alla prassi concreta. Si ignora, però,

la distinzione tradizionale tra conoscenza teorica e quella pratica. C’è il pregiudizio: se si tratta di conoscenza o scienza allora è teorica, e se si tratta della prassi allora è da sperimentare o di vivere esistenzialmente. Una conoscenza o scienza pratica sembra quasi autocontraddittoria. Tuttavia, se ci domandiamo come la tradizione abbia inteso la conoscenza o scienza pratica (che di fatto è l’etica) apprendiamo che questa si distingue dalla conoscenza o scienza teorica per il diverso rapporto che la ragione pratica e quella teorica ha con la volontà: infatti la ragione pratica rappresenta alla volontà il bene speciale che 5 Si veda, loco citato, il cosiddetto “paradosso del metodo”, Ia parte, 1° libro, 2a sez. princ. (no. 110). 6 Loco citato, Ia parte, 1° libro, 1a sez., § 7. 7 George Edward Moore, Principia ethica, del 1903 (Rev. edit. 1993). 8 Aristotele, Ethica Nicom., I, 6. − Tommaso d’Aquino, Summa theol. I-II, q. 55 sgg. sta.org.ar/xxxiii/files/Contribuciones/Seidl_08.pdf